LETTERATURA

 

Il libro italiano che rappresenta meglio la figura, la vita, la fantasia di Garrincha è sicuramente Ode per Mané del grande scrittore-giornalista Sig. Darwin Pastorin.

Vi riporto di seguito la critica di Marco contini pubblicata su l'Unità.

 

Grande quella finta Quando Mané umiliava i terzini

MARCO CONTINI Chissà quanti bambini sono nati, in Brasile, il 18 settembre del 1955. E chissà quanti di loro sono consapevoli del significato di quella data. Quel giorno infatti, a Rio de Janeiro, accadeva qualcosa che avrebbe cambiato la storia del Brasile: Mané Garrincha, uno spilungone un po' ingenuo azzoppato dalla poliomelite quand'era piccolo, esordiva in nazionale. Da quel giorno il Brasile non è stato più lo stesso: Garrincha nella selecao significa due coppe del mondo vinte in quattro anni, la nascita di un mito pallonaro che ancora sopravvive, il riscatto di un'intera nazione.

Il 18 settembre del '55 succede anche un'altra cosa, certamente meno gravida di conseguenze e tuttavia decisiva ai fini della nostra storia: a San Paolo del Brasile nasce il figlio di una coppia di emigranti veneti, tal Darwin Pastorin. Da grande sarebbe approdato a Torino, giornalista, a cantare gioie e dolori del calcio su Tuttosport e - per amore, ossia gratis - sul manifesto.

Darwin, per chi non lo conosce, è un tipo un po' suonato: portatore di una bizzarra weltanschauung che mette insieme saudade e gite in bicicletta nelle campagne torinesi, Juventus e socialismo, Osvaldo Soriano e l'amore maniacale per il Palmeiras. Come tutti i predestinati, rilegge la storia a modo suo: non è lui ad essere nato mentre Garrincha esordiva al Maracanà; è Garrincha, chissà perché, ad averlo aspettato, ad essere entrato in campo con la maglia verdeoro proprio mentre lui veniva al mondo. Per questo ci ha scritto su un libro.

Ode per Mané, sottotitolo "Quando Garrincha parlava ai passeri" (Limina, pp. 64, L. . 22.000) è insieme la celebrazione di un grande campione e un elogio delle diversità. Diverso era Garrincha, uno storpio che riscatta un'infanzia di emarginazione diventando l'idolo delle folle; diversa era la sua finta, sempre uguale a se stessa ma così strana da mandare regolarmente a gambe all'aria il terzino-vittima sacrificale di turno - ed erano gol a raffica; e un po' diverso, e lo sa, è l'autore, giornalista sportivo ma a modo suo, l'identità ermafrodita di chi si sente brasiliano in Italia e italiano in Brasile.

E' anche, quest'ode, un'elogio delle piccole follie: matto era Garrincha, che pretendeva come San Francesco di parlare agli uccellini e buttava una radio nuova di zecca acquistata a Stoccolma perché - così gli aveva detto Nilton Santos - "trasmette solo in svedese". E mica tanto normale è anche uno che scrive un libro rivolgendosi a Mané come in una lettera privata ("Sai, volevo dirti... Ah se sapessi"), manco fosse suo cognato. Oltretutto mischiando storie vere ad altre inventate di sana pianta, per il puro gusto di raccontare un mito della propria vita.

Lo sappia il lettore: questa "Ode per Mané", così smisurata e vezzosa, può dare sui nervi. Ma può anche darvi il piacere di ripercorrere la vita di un uomo, Mané Garrincha, nato male e morto peggio, capace con una finta di far sognare il mondo.

 

 


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